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La  Pasqua

 

Foto e servizi di Toto` Miletta 

 


 

I ruderi dove un tempo sorgeva il Vecchio Calvario 

 

 

Il Calvario Nuovo costruito nel 1961

 

 

Riti e tradizioni di Pasqua

 

di Toto` Miletta 

 

I riti della Settimana Santa che precedono la Pasqua,  hanno  inizio  con  la  Domenica della Palme  “  la  Duminica  di  ‘la   ‘liva  “   con  la benedizione delle palme e dei ramoscelli d’ulivo, dove le palme  simboleggiano  la vittoria di Cristo e l’ulivo  è il simbolo della pace, da quando la colomba scampata al diluvio universale tornò all’Arca di Noè, portandone un ramoscello nel becco.

Nei giorni precedenti le Palme, noi ragazzi stavamo molto attenti se in Piazza c’erano i venditori , di solito erano di S.Nicola da Crissa e li portavano “ cu la sporta “, perché dopo dovevamo trovare qualche persona esperta per intrecciare le palme a forma di croce  o di panierino, da portare per la benedizione, che veniva fatta sul sagrato della chiesa. Il metodo piu’ efficace fra noi, era il passaparola (“ a  ‘ttia  cu  ti la  ‘ficia  )  e,  per evitare qualche diniego, andavamo uno alla volta.  Dopo la  benedizione, una parte veniva conservata dietro l’uscio  di casa, mentre un’altra parte veniva portata in campagna per essere interrata e/o legata a qualche tronco d’albero. Così facendo si era certi che la “benedizione divina” scendesse su tutta la proprietà e la proteggesse dal pericolo di carestia. Nel corso della settimana santa, si preparava il sepolcro, ornato con drappi, fiori , piante e candele. Altamente  simbolici, fra gli addobbi del Sepolcro, sono i germogli di grano o altri cereali, fatti germogliare al buio per lasciare a loro una chiara e quasi trasparente colorazione , ed ogni famiglia portava il suo vaso. Era una gara affannosa , d’intensa attività e  sana competizione, dato che ogni paese si dava da fare per preparare il sepolcro migliore, ed ogni anno si cercava sempre di cambiare qualcosa  ( il factotum di tutto questo,  era  naturalmente, Damiano Valente).  Il Giovedì si svolgeva il rito dell’ultima cena; dodici  uomini, scelti annualmente tra i parrocchiani che facevano parte della Confraternita della Madonna del Rosario, raffiguravano gli apostoli , ed il sacerdote durante le sacre  funzioni, procedeva alla lavanda dei piedi ed alla benedizione del pane; pane che, alla fine della funzione, veniva dato a pezzetti alle persone che si incontravano, perché lo mangiassero  per devozione.  

Il Venerdì  ci si alzava  presto,  perché dovevamo prepararci per la visita ai Sepolcri degli altri paesi.

Che gioia  poter suonare  “  lu carici “ , non ci si stancava mai. Alla fine della visita ai Sepolcri, il Crocefisso veniva portato al Calvario ed esposto  ai fedeli per essere adorato. Il Calvario, fino ad un certo anno  , era posizionato sul cucuzzolo sovrastante il paese “ allu Timpuni “ ,  ed  infatti le strade vicine  sono intitolate, Salita Calvario, Salita S. Croce, Piazza Calvario .  Proprio per la difficoltà  nel raggiungerlo, c’era soltanto una stradina in terra battuta, in seguito è stato spostato dove si trova attualmente ( una targa ricorda l’anno dell’evento) . Una volta esposto per l’adorazione dei fedeli, non doveva mai essere lasciato da  solo e  per questo , noi ragazzi , ci organizzavamo   facendo  dei turni .   Si andava   in cerca  “ supa alli pumari”   delle prime viole, da raccogliere a mazzetto,  per  metterli   ai  piedi  della  croce.  

 

  

 

 

Foto di  Venerdì  Santo  del  1944  ( per gentile concessione di  Cosimo Bertucci ,  

lu  figghiu  di  “  lu camardu “  ). Da notare  il particolare  che vi erano cinque croci.     

 

 

 

  

Dopo che  al pomeriggio veniva letto  “ lu Passiu “ ,  all’imbrunire  partiva dalla Chiesa la Via Crucis con il lungo corteo dei fedeli, con le varie stazioni dislocate lungo il percorso che interessava tutto il paese. Arrivati  al Calvario e dopo l’ultima stazione riguardante la morte,  il Cristo viene deposto dalla Croce e collocato nella “Naca”, adornata in modo ricco e bello da numerosi veli  . Un tempo, l’incarico di portare la statua del Gesu’  Morto nella “Naca” , veniva messo all’incanto ;  veniva fatto sia per orgoglio che per devozione  e/o  per grazia ricevuta . Offrire  sempre  piu’  di  un’altra persona per   portare  “ la  stanga “ , veniva considerata  un’offesa grave dall’altra  parte,  ed  a volte,  poteva anche degenerare in qualche litigio .                                                                                   Sulla via del rientro, noi ragazzi accendevamo le torce, che avevamo preparato  nei giorni precedenti, dopo aver raccolto  sia in Chiesa che fra  i vicini di casa  i vari pezzettini di candele ,  fatti sciogliere in un grosso recipiente.

Il  Sabato era dedicato alla raccolta delle  immaginette  e  dei calendari  raffiguranti qualcosa di sacro e  considerate “vecchie” , per essere bruciate nel fuoco che si accendeva la sera.

Per la Domenica di Pasqua, ci si trovava in Chiesa e sulla Piazza per scambiarsi gli auguri ed a tavola era usanza che ci volesse sempre il capretto o l’agnello. Il Lunedì dell’Angelo era giorno di digiuno con pane ed acqua in quanto venivano fatti  “ li cori di l’Angeli”. Dovevano essere fatti per nove anni piu’ altri tre che rappresentano la Trinità ; alla fine , bisognava  far  celebrare una Messa di ringraziamento, con soldi guadagnati personalmente.

La Pasquetta cadeva il  Martedì   “ Marti  di Galilea “  . Con familiari ed amici, si trascorreva   una  giornata di sano svago e di vita all’aperto, mangiando ogni ben di Dio, dove  naturalmente, non poteva mancare il capretto  ( cucinato  arrosto oppure al forno con le patate , con il sugo per poi condire la pasta ), il salame nuovo  appena  “  ‘ncamusciatu “  ed una bella frittata di uova con la ricotta.  Questo contribuiva a rinsaldare i vincoli d’affetto e d’amicizia con gli altri ed  alla sera, tornando a casa,  ci  si scambiava  gli auguri di trascorrere tante altre pasque nella serenità e nell’abbondanza.

Il  dolce  tipico  della Pasqua era  “ la  curujia “ , dolce di pasta lievitata, contenente  uno o  piu’  uova sode, alla quale viene data  una forma rotonda o altra fantasia  e fra noi ragazzi era un  confrontarle   per verificare   chi  ne  aveva  in  numero  maggiore.   Siccome  negli  ingredienti viene   usato   anche   un  po’  di   strutto,  non  potevamo  mangiarle  al  Venerdì  Santo,  altrimenti  “ ‘nnì    cammàràvamu”.

Non posso dire niente della  “ Cunfrunta “   , in quanto l’usanza, è  iniziata  dopo che sono andato via dal paese.

 

            Scritto  da  :  “ Ntuoni  Miletta,  lu figghjiu  di  ‘Ngiluzzu  di  lu  Murgiu  e di Cunzulatejia di

                                    Rosa di lu Maduonnu “         

                                                                                                               

 

                                                                                                

 

  

 

 

              Queste sono alcune fotografie di  “ Marti di Galilea “ , passate in allegria,

               da un gruppo d’amici.

E-mail: info@brognaturoonline.com

 

 

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