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LA STORIA DI
RADIO BROGNATURO
Narrata da Checco
La
sede di Radio Brognaturo Internazionale
Foto cortesia di Bruno Zangari
Mi fa piacere che Cosimo Rizzo abbia ricordato Radio Brognaturo. Non
ricordo con precisione l'anno in cui abbiamo iniziato le trasmissioni.
Credo fosse il 1977 o il 1978. In quel periodo in paese si era creato un
clima diverso e forse irripetibile. Dopo diversi tentativi eravamo
riusciti a creare un "club" con una sede stabile nella casa dei nonni di
Benito Salerno e lo avevamo trasformato in discoteca.
Lo avevamo completamente rivestito con i contenitori di cartone che si
usavano per trasportare le uova e che a noi servivano invece per
l'isolamento acustico della stanza. Al primo piano avevamo un tavolo da
ping-pong che all'occorrenza poteva ospitare a pranzo o a cena una
ventina di persone.
Si ballava tutte le domeniche pomeriggio. Venivano quasi tutte le
ragazze del paese. negli altri giorni ci incontravamo per discutere o
per stare insieme a scherzare.
Il club aveva due uscite, una su via XX settembre e
una su via del Rosario così da garantire una comoda fuga alle ragazze
quando veniva a cercarle qualche genitore non proprio contento.
L'idea della Radio venne ad Ernesto Zangari che aveva recuperato un
trasmettitore della potenza "incredibile" di mezzo chilovatt.In pratica
si trattava di un microfono fissato su una scatola di legno - grande
quanto un scatola di scarpe - con all'interno il modulatore FM.
La sede della radio era in via del Rosario in una
casetta accanto alla casa di Pino e Mimmo Pupo e di fronte a quelle di
Nicola Garcea e Totò Miletta. Se non ricordo male la casa era di Nino
Salerno.
La potenza d trasmissione ci consentiva di arrivare
fino alla "curva di la survara" ed alle prime case di Simbario. Per
questo avevamo deciso di chiamarla "Radio Brognaturo International".
Ogni tanto interferiva con le frequenze radio dei Carabinieri e di
questo eravamo preoccupatissimi.
Per andare in onda si mettevano i dischi sul giradischi e si avvicinava
il microfono con tutto il trasmettitore alle casse. Quando doveva
intervenire il DJ bisognava spostare tutta la scatola per portare il
microfono alla bocca e così non si sentiva quasi più la musica. Per
evitare troppi spostamenti e parlare con il sottofondo musicale
bisognava infilare la testa tra il microfono e gli altoparlanti dello
stereo ed abbassare il volume della musica. Chi non faceva lo speaker
si trasformava in tecnico del suono… cioè aiutava ad allontanare il
microfono, ad abbassare il volume, a spostare le casse ed a mettere i
dischi.
Provate solo un attimo ad immaginare la scena… Vi
posso assicurare, però, che noi facevamo tutto questo molto seriamente
con l’unica preoccupazione di evitare che cadesse qualcosa,
soprattutto, la preziosissima scatola con il trasmettitore ed il
microfono.
L'antenna di trasmissione era legata ad un manico di
scopa e fissata ad un pezzo di trave che fuoriusciva dal muro della
facciata in prossimità del tetto..
Siccome non avevamo il telefono, le dediche venivano
richieste con bigliettini portati a mano dai bambini o infilati sotto
la porta per restare anonimi. Per non farsi riconoscere le persone
usavano nomi di fantasia o di animali. All’epoca Brognaturo sembrava
fosse diventato uno zoo. Le dediche classiche erano di questo tipo: “da
uno con la 127 rossa ad una che lei lo sa” oppure da “anche se non mi
vuoi ti amo lo stesso”.
In paese ci ascoltavano tutti. Nel bar di Gianni di
Rullu c’era una radio sempre accesa sintonizzata sulla nostra frequenza.
Ognuno di noi faceva un programma diverso (il mio si chiamava Musica
Sprint) ma siccome avevamo pochi dischi si finiva per mandare più o
meno la stessa musica.
Non ricordo tutti quelli che facevano un programma.
Sicuramente con me c’erano Peppe Scaccia, Benito, Cosimo Rizzo, mi
pare, Nicola Tucci ed Ernesto.
Ernesto Zangari era il direttore e proprietario della
Radio. Ci faceva arrabbiare perché interrompeva sempre i nostri
programmi per mandare le sue dediche personali. Mi ricordo che un giorno
mentre stavo facendo uno special sui cantautori italiani voleva che
mandassi in onda una tarantella per un suo amico che era venuto
dall’estero. Litigammo e decisi di non andare più alla radio.
Dopo tanti anni, ripensandoci, mi dispiace, ancora
oggi, di non aver trasmesso quella canzone.
Comunque, dopo pochi giorni - e dopo circa tre mesi
di attività - la scatola magica andò in fumo.
Fine delle trasmissioni, fine di Radio Brognaturo
International.
NA’ MANGIATA DI RICOTTA ‘MPANATA ( di Totò
Miletta )

Vacca di razza Frisona Svizzera
Quandu finìu la
missa cantata di nà Duminica,
alli puosti di la Chiesi randi,
si
vittaru Cumpari Cicciu e Cumpari Peppi.
Saluti cumpari
Cicciu, saluti cumpari Peppi.
‘Nci dicia
cumpari Cicciu : cumpari Peppi, quandu puozzu veniri susu
mu’ mì mangiu
la ricotta ‘mpanata ? ;
- cì rispunda
cumpari Peppi : quandu voliti vui cumpari Cicciu, nu’
juornu di la
simana, quandu vi vena buonu ;
- e quandu vi
truovu abbui cumpari Peppi ?
- cumpari , mò
vi lu dicu io quandu :
Luni e Marti nonaju parti,
Miercuri e
Juovi nò mì truovi,
Venneri e Sabatu nonabitu,
la Duminica
esta
di lu patruni.
Cumpari Cicciu, vèniti quandu voliti.
IL
MIO CARNEVALE ( ricordi sparsi qua e là )
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Storia Raccontata da Miletta Antonio,
Brognaturese DOC
Ricordando
il Carnevale, non posso fare a meno di parlare del
maiale, in quanto tutti e due andavano di pari passo. Questo
animale era uno dei simboli più evidenti di tutto il
periodo carnevalesco, era fondamentale per l’ alimentazione
familiare e costituiva il vero “companatico “ per un anno.
Di solito, per la sua macellazione, si sceglieva un giorno
vicino al giovedì grasso perché, secondo un detto “ juovi di
l’ardaluoru , cu no n’ava carni, s’impigna lu figghiuolu “ .
Naturalmente, tutto iniziava con l’acquisto del maialino, che
doveva essere lungo e magro. Mi ricordo che le fiere più
importanti si svolgevano a Serra S. Bruno, Chiaravalle e
Cardinale, ma non mancavano i commercianti di Simbario che
li portavano sui camion e sulla “ lapa “ in gabbie di
legno , messi in bella vista sulla piazza. Allora veniva dato il
“ bando “ per le vie del paese e chi era interessato
all’acquisto andava ad osservarli. Per la contrattazione e
l’acquisto, si faceva affidamento a persone ritenute esperte che
era sempre “ lu cumpari “ . Una volta acquistato, si
portava nel “ cathuojiu “ per chi abitava in paese oppure
nel “ zimbiejiu “ per chi aveva la possibilità di tenerlo
in campagna. Per farlo ingrassare, veniva sottoposto a
sterilizzazione da parte del “ crastaturi “ che era
sempre di Simbario ; egli girava per le vie del paese gridando
ad alta voce “ u crastaturi, u crastaturi “ . Se era
maschio, gli venivano estratti “ li dubbruna “ ( i
testicoli ) , la ferita veniva unta con olio e si doveva farlo
camminare per un paio d’ore in modo che non si coricasse, così
da evitare eventuali infezioni. Il maiale veniva
accudito con grande cura per un anno, ad esso erano destinati
giornalmente tutti gli avanzi di cucina “ vrodata “ con aggiunta
di acqua e crusca di grano “ la canijja “ ma anche patate,
zucche, castagne, ghiande, granturco, ecc.ecc.. .
La “ cummari “ che per tutto
l’anno aveva contribuito alla crescita del maiale dando
giornalmente la loro“ vrodata “ , una volta macellato , aveva
diritto alla “ mandata “ . Tutto il cibo veniva posto dentro “
lu scifu “ e se le possibilità economiche lo permettevano , di
maialini se ne compravano due perché, in questo modo,
ingrassavano di più in quanto tra di loro vanno a “ risjia
“ ( cioè, ognuno tende a mangiare più dell’altro ) .
Mi ricordo che mio
padre, quando aveva il gregge , prima di emigrare in
Canada, in autunno portava il maiale con il gregge stesso, così
mangiava anche lui castagne, ghiande e tutte quelle altre cose
che si possono trovare nei boschi. Questa alimentazione permette
la produzione di carni compatte e gustose, di ottima
qualità , che consentono la produzione di eccellenti
salumi. Il giorno dell’uccisione del maiale, nonostante
comportasse notevole fatica per tutti, era motivo di festa
e allegria e vi partecipavano, oltre ai familiari,
anche parenti ed amici. Questo era un “ rito “
collettivo, coinvolgeva tutti i membri della famiglia , ciascuno
con le proprie mansioni. I diversi momenti
dell’uccisione, della macellazione e della lavorazione delle
carni richiedevano infatti specializzazioni varie. Il rito del
maiale, si trasformava, quindi, in un’occasione di vita sociale
in cui spiccava uno spirito di collaborazione ed il
mancato coinvolgimento di un parente, veniva considerato come
un’offesa grave ( “ ammazzau lu purciejiu e non
mi dissa nenti “ ) . La fase di preparazione di questo
evento era molto laboriosa, cominciava almeno una settimana
prima, in quanto richiedeva una dotazione di accessori non
indifferente : “ la quaddara “ , “ lu gambiejiu “ ,
“ la limba “ , coltelli di vario genere che venivano
portati ad affilare per bene, il sale che doveva
essere grosso per poi essere schiacciato e triturato nel “
martaru “ di legno con “ lu pistuni “ , una grossa
accetta per poterlo dividere, “ li pignati “ per
prendere l’acqua calda, e sicuramente me ne dimentico
altri. Il giorno prima dell’uccisione, il maiale veniva lasciato
a digiuno, per favorire lo svuotamento delle budella,
in quanto dovevano essere pulite per preparare gli insaccati.
La mattina della macellazione , alle prime luci dell’alba, si
accendeva il fuoco per far bollire l’acqua nella “
quaddara “ . Si aveva bisogno di tanta acqua calda e
quando le prime bollicine cominciavano a salire in superficie
e quindi “ sbarrau a gugghjiu “ , si dava inizio
alla macellazione con “ lu scannaturi “ che dava il
colpo deciso alla carotide del maiale accompagnandolo con la
rituale espressione del “ morti a ttia e saluti
a nnui “ . Il sangue doveva uscire rapidamente, in
modo che la carne rimanesse bianca, era raccolto nella “
limba “ e doveva essere rimescolato energicamente con un
mestolo di legno ed a volte con le mani, per evitare la
coagulazione, perché dopo servirà alla
preparazione del “sangunazzu“ . Ai bambini, per
risparmiare loro i momenti più cruenti dell’uccisione, si faceva
trattenere il maiale dalla coda.
A morte avvenuta si doveva provvedere subito e con
rapidità a liberare la pelle dalle setole, versando dell’acqua
bollente e raschiando con coltelli affilati evitando che la
pelle stessa si raffreddasse dopo la bagnatura. Mi viene in
mente il detto : “ l’acqua gugghjia e lu
puorcu esta alla muntagna “ . Una volta appeso
e liberato di tutte le interiora, si faceva a gara a chi
indovinava il peso del maiale, che veniva pesato con
“ la stratjia “ . Sicuramente questa procedura non è più
praticata in quanto penso che esistano delle leggi e/o
regolamenti in ambito veterinario che evitino inutili
sofferenze agli animali durante la macellazione. Da sottolineare
un altro aspetto di questo rito, ossia il banchetto che si
svolgeva in coincidenza con il giorno dell’uccisione ed al quale
venivano invitati, come detto prima, amici e parenti, a
testimonianza di una solidarietà tipica della gente semplice. La
festa non si limitava al giorno dell’uccisione, ma proseguiva
con i cosiddetti “ prumpuni “ cioè i resti del
maiale dopo le operazioni di insaccamento e le varie
lavorazioni destinati alla provvista. I giorni più
importanti erano il Giovedì , la Domenica ed il Martedì
grasso e tutto naturalmente era a base di carne di maiale , dal
sugo alle polpette . Queste ( le polpette ), non dovevano
assolutamente mancare al Martedì “ marti di l’azata
“ e ne venivano fatte in abbondanza “ ‘na
tanejia randi “ in quanto quando passavano i
bambini mascherati , era usanza offrirle loro. Ho solo
cercato di analizzare alcuni aspetti della tradizione popolare
carnevalesca, pescando nei ricordi qua e là .
Mi piacerebbe che altri “ paisani
“, raccontassero le loro esperienze , per tenere vivi questi
usi e costumi del nostro paese.
“Ntuoni Miletta ,lu figghjiu di
“Ngiluzzu di lu Murgiu e di Cunsulatejia di Rosa di lu Maduonnu
“

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| Usi
e tradizioni - La festa di S. Giuseppe
di Totò Miletta
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Il 19 marzo si festeggia S. Giuseppe e, fino a
poco tempo fa, era festa nazionale. Da qualche
anno, invece, la festa è stata annullata, ed il
giorno di S. Giuseppe è diventato un giorno
feriale qualunque. Ciò ha contribuito a sminuire
i festeggiamenti che in tutta Italia si tenevano
in questa giornata. Nella tradizione popolare,
S. Giuseppe, sposo della Vergine Maria, è il
santo protettore dei poveri. In questo giorno,
si ricorda la sacra coppia di giovani sposi, in
un paese straniero ed in attesa del loro
bambino, che si videro rifiutata la richiesta di
un riparo per il parto. Questo atto, ha violato
due sacri sentimenti quali l'ospitalità e
l'amore familiare.Proprio per ricordare il
suddetto atto,a Brognaturo " ai miei tempi",il
19 marzo si usava preparare un banchetto
speciale, per voto, per aver ricevuto una grazia
dal santo o per devozione al santo stesso. A
tavola, le persone che dovevano essere invitate,
erano un minimo di tre e rappresentavano la
Madonna, Gesu' Bambino e S. Giuseppe che
componevano la Sacra Famiglia. S. Giuseppe era
sempre rappresentato da una persona anziana e
sedeva a capotavola. Una volta individuato colui
che doveva svolgere il ruolo di S. Giuseppe, lo
stesso veniva avvertito alcuni giorni prima, per
evitare poi di trovarsi in difficoltà. Il piatto
principale era la pasta " accannarozzejia " con
i ceci, oltre alle altre pietanze tipiche
appartenenti alla cucina di origine contadina.
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Un Miracolo di San Giuseppe di
Kelly Martino
Quando avevo circa 10 anni (ne
ho 67 adesso) mia nonna e` stata operata di cancro senza alcun
successo. Dopo un anno ha iniziato a sentire nuovamente i
dolori e ha deciso di fare un altare a San Giuseppe. Molti
membri della famiglia hanno aiutato a cucinare per 6 mesi.
Abbiamo fatto la festa in casa nostra il 19 di marzo di
quell'anno. La tradizione era: avere una tavola imbandita
dedicata al Santo con tanti bambini che dovevano essere serviti
il pasto per primi. Una volta finiti i bambini, il resto
degli invitati potevano mangiare. C'era un altare
nel soggiorno. Intorno all`altare c`erano altre tavole rotonde
decorate ed imbandite con filoni di pane e tanti altri generi di
delicatezze. La portata principale era una pasta fatta col sugo
contenente foglie di finocchi e pinoli. Il tutto era
coperto con le molliche tostate. C`erano almeno 100 invitati
presenti e tutto il cibo e` stato mangiato. Questo e` avvenuto
in Houston, Texas. Tutti quelli che sapevano della festa erano
automaticamente i benvenuti. Questa era la tradizione.
I dottori avevano dato a mia nonna un anno di vita. La sua
fede e` stata così grande nel "potere" di questa festa che e`
guarita completamente ed ha vissuto altri 20 anni.
È triste sapere che non
è più festa nazionale in Italia.
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La Poesia di Francesco Procopio (Checco per gli
amici)
Ho ritrovato una poesia che ho scritto
quando avevo tredici anni. Oggi può sembrare semplice e banale, a chi ha
gusti raffinati ..., ma allora mi sembrava che il nostro paese fosse
così:
BROGNATURO
Son quattro case
un fiume, una campana
ed una piazza
che non si riempie mai.
C'è una madonna
che ti sembra umana,
la gente è poca
ma son tanti i guai.
Fa freddo, a Brognaturo,
a una cert'ora,
qualcuno soffre, prega,
poi si lagna,
ma non si ferma
è gente che lavora,
gente testarda e fiera
di montagna.
"LA PICORRA"
di Nicola Garcea
La
realizzazione di questo sito mi ha dato lo spunto per sottolineare come
il nostro dialetto, le abitudini e tanti modi di dire e di fare che
caratterizzavano gli anni della mia, nostra, fanciullezza, quando la
televisione, la psx e i cellulari non avevano invaso prepotentemente la
quotidianita', si stiano perdendo o vengono mantenuti vaghi ricordi.
E' mio intento cercare con istantanee di vita quotidiana di quando ero
bambino e poi ragazzo, ricordare e condividere insieme a tutti, quei
ricordi di una quotidianita' oggi dimenticata ed ai ragazzi di oggi
sconosciuta.
Questa poesia "La picorra" l`ho scritta in dialetto per far riaffiorare
vocaboli quasi dimenticati.
"LA
PICORRA"(Giochi della mia infanzia...)
Cu chiju pinzieru
chi mi curcai, mi levai.
A ma, dunami la chiavi di lu catuoju.
Ca chi la vuoi.
Mi serva mu vaju mu mi sciggjiu nu lignu mu mi fazzu la picorra.
Aspetta stasira, mu si ricoggjia patrita, ca ti la facia igju.
No! vuoggjiu mu mila fazzu io.
Te' la chiavi e vidi mu ti taggji cuorchi ghjditu.
Mi trovai lu lignu di fagu, mi conzai nu rumbulu alli piedi di la scala
avanti amia e cu na runca (ca la faccetta mama non mila dezza) mi misi
mu smarru la picorra.
Duopu nu paru duri, cullu struncaturi fici lu taggjiu pillu cuccaru,
fattu lu cuccaru misi la varola.
A Ma ndavimu spacu?
Guarda trassu tiraturi di sa buffetta ca mi para ca ndava.
Arhjazzai la picorra e la minai mu vighjiu si varracchija.. no! para na
pinna.
Dassa mu vaju mu chiamu a Biasi.
A Pina Biasi duve'?
E' ca', chillu vuoi?
Nenti, chiamamilu mu nci dicu..
A Biasi, vidi ca ti vo' Cola.
Tindi vieni alla riba dila hjumara ca fici la picorra mu jocamu?
Jamunindi.
Ndava gia' chi aspettanu, joca cu dighji.
Ndarrivau natru potimu jocari.
Allora facimu li patti: si minanu 15 ciocciati, non si tira a tiralazzu,
non si minanu ciocciati trallu cuccaru.
Nicola, fa' la singa e lu rotierhju, ma nollu fari randi..
Lu tuoccu di cui ava mu tira lu primu..
Allora, pi mia, 18... 1,2,3,4,...,18..
Io venia tierzu.
Tiramma lu chiu' luntanu jivi io, mi toccau sutta.
Non scacau nujhiu e la picorra mia chianu chianu passau la singa..
Haia!!!......quantu ciocciati pighjiau la picorra mia...
Nicola Garcea

E-mail:
info@brognaturoonline.com
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