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di CLAUDIO GILERA
Il racconto è parte dell’ archivio on line del
sito
penna d'autore (Premio
Scriviamo Un Libro Insieme).
Nel ringraziare l`autore
vorrei che i lettori sappiano che c`e` un forte legame tra lui ed il paese di
Brognaturo.
Mi immaginavo già in qualche sperduto angolo della Tunisia, a
godere di quegli immensi spazi desertici contornati da palme
tropicali che invitano il turista sprovveduto e a digiuno della
storia locale a fantasticare su un improbabile e fascinoso mondo
di predoni del deserto e sublimi oasi, dove decine di seducenti
fanciulle indigene si prendono cura di te per trasportati in
chissà quale mondo di piaceri e di lussuria, quando
all'improvviso... tutto è andato a monte. I soliti impicci
dell'ultimo minuto hanno impedito l'avverarsi dei miei sogni da
cittadino frustrato e desideroso di mollare tutto per
nascondersi in una anonima isola tropicale.
È stato così che è iniziata la mia ennesima vacanza-ripiego
verso una non molto lontana terra chiamata Calabria, dove in un
piccolo e sperduto paesino delle Serre Calabresi, nel bel mezzo
della Sila Piccola, si annida quello che rimane della mia
parentela materna, un ancora nutrito gruppo di zii, cugini e
affini che, appresa la notizia del mio arrivo, non vedono l'ora
di mettermi sotto torchio per impossessarsi di tutte quelle
notizie del mio privato che potrebbero portare un po' di
movimento all'interno di un paese dove il tempo sembra non
passare mai, ma dove i pettegolezzi sullo straniero (veri o
presunti che siano), hanno la capacità di far concorrenza alla
più moderna portinaia del nord Italia.
Così, di punto in bianco, ai primi di agosto, ho iniziato a
meditare di passare alcuni giorni tra quei parenti lontani che
non vedevo oramai da più di quattro anni. Preparata una scarna
valigia contenente solo il necessario per una breve permanenza
in terra di briganti e impacchettati i soliti regali di rito per
una parentela che aspetta di scoprire con ansia maniacale se ti
sei ricordato di tutti loro, mi sono imbarcato sulla mitica
«Conca d'Oro» che nel giro di 12 lunghissime e insonni ore di
viaggio mi ha catapultato in un mondo che è rimasto esattamente
come lo avevo lasciato l'ultima volta che vi ero stato. Dodici
lunghe ore di sballottamento ferroviario dove i miei pensieri
vacanzieri sono stati frullati e impastati in quella che si
potrebbe definire una lista di impegni irrinunciabili, dettati
dalle ferree regole del protocollo di parentela del profondo
sud, dove tutto si sarebbe svolto esattamente come nelle visite
passate.
Durante le tre ore precedenti il mio arrivo alla stazione di
Lamezia Terme, un continuo costeggiare l'infinito tratto
tirrenico di spiagge sassose e selvagge che si fondono in un
panorama di pace marina dominato da scogli rocciosi ma imponenti
e regali, mi trasporta in un mondo di benessere fisico e
mentale, dettato dall'improvvisa mancanza di impegni di lavoro e
dalla lontananza da quella città dalle sembianze sempre più
americane e al limite dell'isterismo collettivo che da tempo
chiamano Milano. Il treno si allontana per poco dalla costa per
sfrecciare in un campo collinare, dove una contadina dal viso
abbronzato e segnato dal duro lavoro sotto un cielo non sempre
propizio, si erge a guardare il mio treno che, senza farsi
annunciare, entra come un razzo nella piccola proprietà
dell'anziana donna e che, per niente indispettita di tale
intrusione, lascia momentaneamente il suo lavoro per salutare
con la mano chi, come me, ritorna alle sue origini, un saluto
che quasi vuole dirti: «Benvenuto nella mia terra che spero sia
anche la tua nella tua breve permanenza».
L'anziana donna si fa sempre più lontana e mi sento stranamente
felice di questo inaspettato saluto di benvenuto, in un luogo
dove il forestiero, che lo voglia o no, viene avvolto e
coccolato da una indescrivibile voglia di trasferirvisi per
sempre, lontano da quella montagna di appartamenti e uffici
urbani dove la gente dimentica le fondamentali regole del vivere
in comune, dando solo sfogo alle proprie esigenze di benessere
personale, dettate da una società cittadina ipocrita e
individualista.
Così, sempre più tentato dal transumare in questa terra che
sento molto vicina, arrivo alla mitica meta di Lamezia Terme,
dove ritrovo uno dei miei tanti cugini, ingaggiato per
l'occasione da mia zia Triestina a farmi da scorta sino al
paesello, a quasi novecento metri di altezza. Dalla piana di
Lamezia iniziamo a percorrere chilometri di terra dal tipico
colore giallo bruciato; mi rammarico del fatto che mia zia non
sia venuta ad accogliermi alla stazione, come buona regola dei
parenti del sud. Gli anni iniziano a farsi sentire anche per lei
e comunque, avrò tutto il tempo che vorrò per godere della sua
semplice ma decisa persona.
Arriviamo finalmente a Brognaturo, questo piccolo incanto delle
Serre Calabre e, non ancora sceso dalla piccola Fiat, intravedo
la mitica zia che, dal piccolo balcone di casa, mi saluta con un
timido ma dignitoso ondeggiare della mano, facendomi ricordare
l'anziana contadina che poche ore prima mi aveva dato il
benvenuto in questa terra. Nulla è cambiato in casa sua: tutto è
esattamente come lo avevo visto almeno venti anni fa. Il
necessario per poter vivere dignitosamente e nient'altro. Se
involontariamente le chiedo perché non abbia una certa cosa, lei
mi risponde «Che ni serva?» (A cosa serve?), con quella tipica
semplicità contadina, caratteristica di non superfluo, facendo
sorgere in me il dubbio che metà di quello che si trova nel mio
appartamento potrebbe essere tranquillamente buttato dalla
finestra perché semplicemente inutile al normale trascorrere
della vita quotidiana. Mi rendo conto che è tutto vero e mi
ripropongo di eliminare al mio ritorno, tutte quelle inutili
comodità cittadine che invece di renderti la vita più facile te
la complicano fino all’esasperazione.
Come di rito, nel giro di un'ora, quasi tutti i parenti del
piccolo paese vengono a trovarmi quasi in processione, dandomi
come la sensazione di essere molto vicino ad una divinità che
raramente si mostra ai suoi fedeli. Un'usanza che quasi mi
commuove perché è come se tutti si sentissero in dovere di
alleviarti dal gravoso fardello di dover girare per l'intero
paese a salutare i propri parenti, dopo aver affrontato un lungo
e faticoso viaggio. E così, uno dopo l'altro, rivedo visi a me
noti, che il lento scorrere del tempo ha modificato di poco o
quelli di giovani cugini la cui fisionomia muta rapidamente come
le dune di sabbia nel deserto, ricordandomi che il tempo non
risparmia nessuno.
«L'ava la zita?» (Ce l'hai la fidanzata?). Una classica domanda
che qualcuno pone a mia zia, non ricordandosi che capisco
perfettamente il dialetto. «Allora non l'ava» (Certo che ce
l'ha!) risponde tutta orgogliosa, dopo essere stata aggiornata
sugli ultimi sviluppi della mia vita sentimentale che nel giro
di breve tempo potrebbe portarmi all'altare.
E così, come il tam tam nella giungla, si sparge la notizia del
mio fidanzamento tra parenti e semplici conoscenti, che si
lasciano assalire dalla tipica felicità che un avvenimento
simile può procurare in una comunità piccola come quella di
questo paesino. E tutti, si congratulano e sorridono e cercano
(invano) di invitarmi, un giorno, a pranzo a casa loro. Tutta
questa semplicità e voglia di vivere mi fanno gongolare di una
strana gioia che a Milano non credo di avere mai provato, luogo
dove qualsiasi cosa si faccia è quasi un qualcosa di dovuto alla
società e quindi non una occasione per poter stare insieme con
le persone più care. Pazienza. Per ora sono in vacanza e non ho
alcuna intenzione di perdermi un solo minuto di tutte queste
emozioni familiari che in territorio lombardo sarebbero da
fantascienza.
«Stai per la festa?» mi chiede immancabilmente qualcuno che
crede che le vacanze siano ancora di quattro settimane, come
durante gli anni Settanta, dove si poteva godere veramente del
luogo in cui si soggiornava, a dispetto di ora, in cui i tuoi
quindici giorni di meritato riposo, non ti danno nemmeno il
tempo di prendere fiato che devi subito ritornare in ufficio, a
rapporto dal capo, in nome di quello che oggi viene definito
«schema produttivo aziendale», che ritiene più che sufficienti
due settimane di vacanze estive per eliminare lo stress e l'odio
verso il proprio capufficio e ritornare freschi e pimpanti come
se gli ultimi undici mesi non fossero mai esistiti.
Ma torniamo alla «festa»: qui, il termine festa, si riferisce
alla festa di Maria Santissima della Consolazione, che la prima
domenica di settembre richiama folle di fedeli desiderosi di
gremire la minuscola chiesa settecentesca dove, dall'alba sino a
sera inoltrata, si svolgono le funzioni religiose, registrando
sempre il tutto esaurito! Una giornata di tipica festa del sud,
in cui l'intero paese viene reclutato per far funzionare i
complessi ingranaggi religiosi e folcloristici di questo giorno
atteso con ansia. Così, girovagando per il paese, ci si
imbatterà nella statua della Madonna, portata a spalle dai
soliti fusti locali, e si incontreranno decine di comari che
faranno la spola tra casa e chiesa, per assicurarsi che nel
piccolo santuario tutto proceda come sempre convenuto. E un po'
affranto, dal fatto di non poter assistere a questa grande opera
a cui tutto il paese contribuisce come meglio può, quasi
rimpiango di non avere tutta questa loro fede religiosa che li
unisce ogni qualvolta le varie necessità della vita lo
richiedono.
Intanto, tra un pranzo e l'altro, tra una chiacchierata e un
bicchiere di nocino, mi compiaccio per aver optato su questa
breve ma sana vacanza familiare, anche se si sta svolgendo
esattamente come preannunciato. Ma non me ne dispiace: in un
imprecisato villaggio turistico della Tunisia, avrei incontrato
qualche milanese che, inesorabilmente, avrebbe dirottato i
discorsi sul lavoro a lui tanto caro, rovinandomi quei pochi
momenti in cui la politica aziendale avrebbe dovuto restare
lontana anni luce dalla mia vita privata. Qui, invece, rivivo
tutte quelle emozioni che dovrebbero far parte della vita di
tutti i giorni, come lo è il pane sulle nostre tavole: il senso
perduto della comunità, quella sottile religiosità che
accompagna nel quotidiano questa gente, semplice e onesta come
tutte le comunità contadine sanno essere. Una generosità
interiore e spontanea e un altruismo che lascerebbero a bocca
aperta un qualsiasi yankee nostrano. Così, mi godo fino in
fondo, la vita di questo paesino che tra aspetti positivi,
controsensi e un pizzico di provincialismo, mi fa rimpiangere di
salire su quell'aereo che mi riporterà a casa, lontano dalla mia
gente del sud.
Copyright © 1995

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